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IL MERCATO DEL LATTE HA INGRANATO LA MARCIA“Dairy vision”. L’espressione inglese è suggestiva, parla di latte, di vacche e di come interpretare le dinamiche di questo importante settore della zootecnia. Non a caso è questo il titolo di una giornata organizzata a Perugia dalla facoltà di medicina veterinaria dell'Università umbra e dall’Associazione italiana allevatori per parlare delle prospettive a medio e lungo termine del mercato del latte in Italia e in Europa. Un’occasione per approfondire inoltre i temi dell’assistenza tecnica e per comprendere il nuovo ruolo che il veterinario esperto in dairy science dovrà avere.
Siamo tutti concordi nell’affermare che il mercato non stia andando come gli allevatori vorrebbero, ma a saper ben guardare i dati economici, i segnali di ripresa non mancano: • a livello internazionale si sta allentando la pressione di Australia e Nuova Zelanda, anche se i due colossi del latte continueranno certamente a dominare la scena mondiale; • in Europa la tendenza è rialzista; • in Italia la compagine degli industriali non ha risposto negativamente alle ultime richieste del mondo zootecnico, lasciando aperta la porta per una revisione migliorativa del prezzo. Il messaggio lanciato a Perugia da Daniele Rama, direttore dell’Osservatorio latte di Cremona, è chiaro: i tempi duri non sono finiti, ma all’orizzonte non c'è più tempesta. E che nessuno si faccia intimorire dalla prossima scomparsa del regime delle quote latte (almeno come lo intendiamo oggi), perché i ricercatori sono concordi nell’affermare che da qui a dieci anni nella Ue si assisterà ad un aumento della produzione del 3-4%, una crescita fisiologica, che non dovrebbe intasare il mercato interno. Vedremo anche l’ingresso sulla scena mondiale degli Usa, che da Paese storicamente importatore potrebbe diventare esportatore, ma è ancora presto per valutarne il peso. Strane anomalie Rama si interroga però su alcune dinamiche anomale del mercato italiano che, alla crescita dei prezzi Ue fatta registrare in questi ultimi mesi, ha risposto con una strana stagnazione, come se qualche componente della filiera stesse frenando. Mentre scriviamo, il latte spot ad esempio vale più in Germania che in Italia e (altra stranezza in totale controtendenza rispetto alle normali dinamiche) la ripresa dei prezzi vede in recupero il Parmigiano Reggiano, mentre il Grana Padano è sostanzialmente fermo, quando invece di solito accade il contrario. Elementi che però non devono scoraggiare gli allevatori, perché il mercato ha bisogno del latte italiano e ci sono catene distributive che sul legame con il territorio stanno investendo e credono nel valore aggiunto dell’origine italiana. La testimonianza di Claudio Truzzi, responsabile sistema qualità di Metro Italia cash and carry è confortante in tal senso e l’accordo siglato con Aia per estendere le garanzie di Italialleva ai prodotti di origine animale messi in vendita negli store della catena ne è una prova. “Un’azienda come Metro, caratterizzata da una clientela professionale impegnata nel settore della ristorazione, vede nella valorizzazione del territorio il suo elemento caratterizzante. E non possiamo permettere che il “made in Italy” vero perda di credibilità sia all’esterno che all’interno del nostro Paese. I rischi sono oggettivi – continua Truzzi – e durante le verifiche ispettive condotte dal nostro personale abbiamo recentemente trovato sedicenti mozzarelle “100% italiane” prodotte con latte lituano o burro italiano, ma di origine bulgara. Ecco perché diamo grande valore ad Italialleva e alle garanzie che Aia può darci, non solo per il rispetto etico della qualità e dell’origine, che ci accomuna, ma anche perché grazie all’impegno dell’Associazione italiana allevatori i costi della filiera si accorciano e il livello di trasparenza della filiera aumenta”. Valore aggiunto Detta in altri termini, i fondi erogati dallo Stato a favore del sistema zootecnico, oggi non vengono più utilizzati solo per il miglioramento genetico, ma vengono riversati sotto forma di servizi ad elevato valore aggiunto a favore di tutta la collettività. “E di questo fatto – commenta il presidente di Aia Nino Andena – andiamo orgogliosi come allevatori e come cittadini, perché oggi la selezione non basta più e bisogna darsi da fare per non arrivare al drammatico bivio in cui si discuterà se in Italia per mantenere la competitività dell'agroalimentare nazionale sia più opportuno continuare ad allevare vacche o se invece basti acquistare cagliate straniere, abbandonando al suo destino le nostre stalle. Fare sistema – continua Andena – è servito e il fatto che l'80% del latte italiano provenga da aziende iscritte all'associazione ne è la prova concreta. Anche perché Aia in questi anni è diventata una vera e propria holding zootecnica fatta da allevatori e centri di ricerca, in cui possiamo contare su 2.500 tecnici che quotidianamente entrano fra le mandrie a svolgere il proprio compito di consulenti tecnici dell'imprenditore”. Ed è proprio sul valore dell'assistenza tecnica che è continuata la giornata perugina, anche perché Aia intende giocare un ruolo da protagonista in questo delicato campo, con concretezza e padronanza delle problematiche, per ridare agli allevatori la necessaria competitività. Un obiettivo sul quale Alessandro Fantini, veterinario specialista in dairy science, ha da dire la sua, anche perché le stalle italiane sono fra le prime a livello internazionale, in linea con le performance di crescita degli Stati Uniti: “Abbiamo un'eccellenza da difendere – spiega Fantini – e occorre mettere a disposizione degli allevatori una classe veterinaria che conosca le vacche da latte e ne rispetti le esigenze”. I dati suffragano le affermazioni di Fantini e basta guardare alla crescita produttiva della Frisona nel periodo 1999-2008 (oltre 800 kg di aumento) per rendersi conto del livello raggiunto. “Ma sarebbe un errore fermarsi qui – rilancia il veterinario – perché in base al potenziale genetico attuale delle vacche italiane potremmo produrre già da oggi ben 1.100 kg di latte in più, se solo sapessimo rapportarci al meglio con questo vero e proprio atleta metabolico”. I limiti? Infertilità, problemi alla mammella, patologie podali. Formazione mirata Aspetti che all'Università di Perugia sono al centro di un master post lauream in Dairy production medicine, nato per formare ai massimi livelli i professionisti del settore. L'esperienza di Maurizio Monaci, docente alla facoltà di medicina veterinaria è più che positiva, anche perché durante le lezioni non si parla solo di ginecologia, ma si fa riscoprire agli studenti anche l'importanza dell'andrologia e di altri aspetti che durante i normali corsi di laurea passano in secondo piano. “Con l'impegno – dice Monaci – di inserire nel prossimo piano del master anche alcuni moduli di carattere economico, per dare la possibilità ai veterinari di interagire con ulteriori competenze nella gestione globale dell'azienda zootecnica”. Prossimo passo la costituzione a Perugia di un centro studi sulla bovina da latte a disposizione di tutti i professionisti del settore, un'idea che il preside di veterinaria Franco Moriconi accarezza da tempo. Il valore del territorio Nella “dairy vision” di Carlo Catanossi, presidente di Grifo Latte, azienda perugina del settore lattiero caseario, il futuro del settore si giocherà nella valorizzazione del territorio. Purché le cooperative siano orgogliose di essere tali e non tradiscano la loro vocazione in nome del mercato. A costo di qualche sacrificio, ovviamente. Ma Catanossi crede in ciò che dice e vede nel legame fra Grifo Latte e Umbria il vero valore aggiunto del loro catalogo prodotti. “La nostra è una realtà economica resa possibile dal lavoro degli allevatori – spiega Catanossi durante il seminario - presenti sul territorio regionale, che vive grazie ai suoi 5mila clienti sparsi in tutta l'Italia centrale. Operiamo nella Gdo, ma non abbiamo mai abbandonato il piccolo negozio di paese, così come puntiamo sulla ristorazione di qualità. Il nostro punto di forza? Sono i prodotti di origine italiana garantita (non a caso Grifo Latte fa parte del circuito ITALIALLEVA), con eccellenze umbre al 100% come il nostro latte Uht”. Un vero e proprio manifesto del localismo, che vede negli allevatori il primo anello di una filiera sana, leale e mercantile. Nella foto in alto: il tavolo della presidenza del convegno di Perugia durante l'intervento di Alessandro Fantini |